BORSELLINO: UN EROE CIVILE CHE CON IL SUO MARTIRIO HA LANCIATO MESSAGGI DI SPERANZA

La commemorazione del Sindaco Leonardo Raito

Data di pubblicazione:
19 Luglio 2022
BORSELLINO: UN EROE CIVILE CHE CON IL SUO MARTIRIO HA LANCIATO MESSAGGI DI SPERANZA

Per capire la storia contemporanea occorre avere presenti i grandi fatti che hanno costituito delle “cesure”, ma anche dei “tornanti” nel fluire degli eventi. Il 1992 in Italia, fu un anno funestato da terribili lutti e attentati che videro la Mafia colpire il cuore delle istituzioni: il 23 maggio un attentato dinamitardo uccise, a Capaci, il giudice Giovanni Falcone, che perse la vita con la moglie e con tre agenti della scorta. Il 19 luglio invece, a perdere la vita in Via D’Amelio a Palermo furono Paolo Borsellino, che di Falcone aveva raccolto l’eredità e cinque agenti della scorta. Falcone, Borsellino, Caponnetto presso il cui cippo ci troviamo questa sera, insieme a Rocco Chinnici, furono i magistrati che più si impegnarono nella lotta alla mafia, un fenomeno degenerativo che aveva messo radici profonde nella cultura e nella politica dell’isola e che alimentava un clima di illegalità e violenza diffusa, talvolta con pericolose connivenze con il mondo economico e politico capaci di produrre una patina di normalità sopra attività illecite e dannose.  

Una profonda emozione pervase il paese che non si fece piegare dalla paura e dalla violenza, ma spinse le istituzioni dello Stato a una forte risposta affidando alla magistratura e alle forze di polizia il compito di indagare le connessioni e le connivenze tra criminalità e istituzioni, tra professionisti e malviventi, scoprendo reti fino a quel momento inimmaginabili. Borsellino e Falcone furono tra i più innovativi e combattivi magistrati a combattere la mafia, capirono, prima degli altri, che anche le indagini delle diverse procure andavano coordinate e messe in rete, così come in rete doveva essere messo quel messaggio di speranza rivolto alla società civile, capace di spingerla a ritrovare fiducia nelle istituzioni e nella loro credibilità. Solo in questo modo, con la collaborazione di tutti, sarebbe stato possibile andare a fondo nei collegamenti criminali che legavano l’Italia al resto d’Europa e agli Stati Uniti d’america, ricercando quelle trame illecite che alimentavano traffici di droga, di denaro sporco, di morte.  

         Nelle ultime settimane sono andato rivedendo e rileggendo gli interventi dei suoi ultimi giorni di vita. Il giudice Borsellino, dopo la morte di Falcone, sapeva che sarebbe arrivato presto il suo turno. Ne era consapevole, tanto che dichiarò a Lamberto Sposini, in un’intervista, che si considerava ormai come un cadavere che camminava. Pochi giorni prima di morire aveva saputo che a Palermo era arrivato l’esplosivo destinato a lui, lo aveva confidato a Caponnetto, e anche agli uomini della sua scorta, dicendosi più preoccupato per loro che per lui stesso. Se ripenso alle immagini dei servizi telegiornalistici dell’attentato del 19 luglio 1992, non posso dimenticare i palazzi squarciati, le macchine distrutte, il fuoco, il fumo, i morti, i pompieri, la gente che piangeva. Erano scene di guerra. Le preoccupazioni di Borsellino, che sapeva che il parcheggio selvaggio nella via dove risiedeva la madre potevano costargli caro, furono ignorate. I killeri sapevano e agirono proprio di conseguenza, stroncando, insieme a quelle degli uomini della scorta, la vita di questo eroe civile. Non posso dimenticare, tra le scene televisive, l’arrivo di una macchina rossa, mi sembra una Alfa Arna, con seduto Antonino Caponnetto, che al giornalista che gli chiedeva una battuta, si attaccò al microfono, come se stesse crollando, e gli disse che tutto era finito. Il procuratore che, alla morte di Chinnici, non aveva esitato ad abbandonare Firenze per prendere, impavido, il posto del giudice ucciso, aveva perso un collega, un fratello, un figlio. Per fortuna, però, non tutto era finito. 

Da quel momento sono finiti in manette i più feroci capi mafiosi, i processi non si sono fermati, anche se in realtà il fenomeno non è stato completamente debellato o espiantato. Altri uomini e donne delle istituzioni, delle forze dell’ordine, dei carabinieri, a cui vanno il nostro ricordo e la nostra gratitudine, hanno perso la vita nella lotta alla criminalità organizzata. Ma le istituzioni hanno rialzato la testa, hanno dimostrato che con serietà e tenacia si possono vincere battaglie che sembrano impossibili. 

         Nella mitologia cristiana i martiri sono coloro che, a pena del sacrificio estremo, tengono fermi i propri valori e non li abiurano, testimoniandoli anche di fronte al pericolo della morte. I martiri civili, parimenti, tengono fede ai propri valori, alle proprie convinzioni, a un supremo ideale di bene comune  che testimoniano ogni giorno con il proprio lavoro, con il proprio impegno, con lo sforzo teso al risultato. Borsellino è stato un martire civile, che ha perso la vita per la fedeltà nei propri valori, nello spirito di servizio che deve contrassegnare le istituzioni. Pochi giorni prima di morire, saputo quello che si preparava per lui, chiese al suo confessore di confessarlo, a conferma della sua fede, la stessa che testimoniò anche il giorno della morte non perdendo la santa messa. E nello stesso giorno, svegliatosi presto, come sempre faceva, aveva preso carta e penna e aveva preparato la risposta a una liceale di Padova che gli aveva scritto rimproverandolo per la sua assenza all’assemblea di istituto a cui era stato invitato. Lui, istituzione tra le più note del contrasto alla mafia, si era sentito in dovere di spiegare a quella ragazza, di chiarire il perché della sua assenza, dimostrando che solo il coinvolgimento dei cittadini nelle grandi sfide sia il viatico per un messaggio di rinnovata fiducia e di forza.

         Qualche anno più tardi, la comunità di Polesella accolse la vedova di Caponnetto per un’iniziativa sulla legalità organizzata con le nostre scuole. L’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Ornella Astolfi, ricevette la donna che aveva fatto della propugnazione dei valori civili e degli sforzi profusi dal marito una vera missione e decise poi di dedicare al giudice questo cippo. 

         Oggi, a trent’anni di distanza dalla strage di Via D’Amelio, abbiamo ritenuto doveroso questo momento di ricordo. Ancora una volta la nostra comunità, ha dimostrato di saper riconoscere, difendere e non dimenticare i valori civili che l’hanno sempre caratterizzata. Dobbiamo esserne tutti orgogliosi. Grazie

 

Ultimo aggiornamento

Martedi 19 Luglio 2022